Disturbi di personalità
Per comprendere cosa si intende con disturbo di personalità dobbiamo prima comprendere cosa si intende per personalità.
La personalità definisce tutti quei modi di sentire, pensare e comportarsi che rendono unico ciascuno di noi e diverso rispetto agli altri esseri umani.
Ogni personalità è costituita da un insieme di tratti, ovvero specifiche sfumature nel nostro modo di pensare, vivere gli stati d’animo e di affrontare la realtà.
Nel disturbo di personalità questi tratti sono caratterizzati da rigidità e inflessibilità e comportano nell’individuo un elevato livello di disagio nonché delle grosse difficoltà di adattamento al contesto sociale in cui è inserito.
Questo disagio influenza il nostro modo di percepire noi stessi e gli altri (l’altro può essere visto come una minaccia al nostro valore personale oppure possiamo percepirci inadeguati e non all’altezza nell’affrontare le situazioni), la nostra affettività (le nostre emozioni possono essere vissute come intense, sproporzionate rispetto alle situazioni), la qualità del nostro rapporto con gli altri (potremmo per esempio avere delle difficoltà ad essere assertivi con l’altro per paura di perderlo, oppure aggressivi come risposta alla percezione di un altro minaccioso e fonte di pericolo), la nostra capacità di gestire gli impulsi.
Nello specifico vi sono diversi disturbi di personalità, che raggruppiamo in due tipi di cluster:
Il cluster b include il disturbo borderline, il disturbo istrionico e narcisistico di personalità.
Tutti questi disturbi si caratterizzano per un marcato livello di impulsività, per una difficoltà sostanziale nella regolazione delle proprie emozioni e per una difficoltà nell’instaurare relazioni stabili e durature con gli altri.
Nello specifico:
Il disturbo borderline di personalità è tipico degli individui che hanno un elevato livello di sensibilità alle emozioni, sia positive che negative, tendono a vivere la propria emotività in modo intenso e duraturo e spesso per regolarla giungono a mettere in atto comportamenti disfunzionali (sessualità promiscua, uso di sostanze etc.) che mettono a serio rischio la loro incolumità.
Il disturbo narcisistico è tipico degli individui che portano come nucleo una costante e marcata oscillazione del valore di se stessi, questo valore cambia molto spesso in relazione ai risultati che riescono ad ottenere nell’ambiente esterno. Il risultato finale è che questi individui possono sentirsi a tratti inadeguati e fragili, a tratti onnipotenti e superiori con conseguenze devastanti nelle relazioni con gli altri che spesso vengono utilizzate come strumento di rispecchiamento interpersonale.
Il disturbo istrionico di personalità è tipico di quegli individui che necessitano di un continuo riconoscimento da parte dell’altro attraverso la messa in scena di emozioni amplificate e drammatizzate o l’utilizzo del proprio aspetto fisico e della propria sessualità con conseguenze molto gravi nella relazione con l’altro. Gli altri tendono infatti a vedere in questi comportamenti tentativi di manipolazione ma anche aspetti di immaturità emotiva.
Il cluster c include il disturbo evitante, il disturbo dipendente e il disturbo ossessivo compulsivo di personalità.
Nello specifico:
Il disturbo evitante di personalità è tipico delle persone che si trovano nel conflitto di desiderare da un lato di poter godere dei rapporti interpersonali sia nel contesto di lavoro che in quello affettivo, e dall’altro di sentirsi irrimediabilmente inadeguati ed incapaci nell’affrontare il confronto con l’altro. Sono soggetti inclini a leggere in qualsiasi messaggio implicito un giudizio nei loro confronti, aspetto questo che determina un profondo senso di vergogna e umiliazione. Questi soggetti vivono nel ritiro personale che comporta inevitabilmente vissuti depressivi e di forte solitudine.
Il disturbo ossessivo di personalità è tipico delle persone che costruiscono il proprio valore personale prevalentemente attorno all’attività lavorativa o più in generale alla produttività, lasciando in secondo piano tutto ciò che concerne la sfera emotiva e relazionale, questo aspetto ruota intorno al timore di perdere il controllo su qualcosa che per sua natura è del tutto imprevedibile. La conseguenza che questo disturbo comporta nelle persone che ne sono affette è quella di vivere costantemente nel senso di colpa connesso all’idea di non rispondere alle proprie aspettative per sua natura così rigide ed elevate.
Ipotesi di trattamento
L’approccio che ritengo più utile nella cura dei disturbi di Personalità è quello integrato, un approccio quindi che riesca a far emergere consapevolezza sul proprio funzionamento e che permetta al paziente di comprendere da un lato le conseguenze che tale funzionamento comporta, dall’altro come tale funzionamento si sia strutturato nel tempo.
Ritengo che un tipo di trattamento che risponda a tali esigenze sia quello della Control Mastery Theory (CMT), un approccio terapeutico elaborato e verificato empiricamente da Joseph Weiss, Harold Sampson e il San Francisco Psychtherapy Research Group.
Il modello che sottende questo tipo di terapia sottolinea come la motivazione primaria di ogni essere umano sia quella di adattarsi alla realtà e di realizzare i propri obiettivi personali superando gli ostacoli che glielo impediscono.
In questo contesto i pazienti hanno bisogno di potersi sentire il più possibile al sicuro, al fine di poter usufruire delle loro capacità cognitive che consentano loro di sviluppare dei piani adattivi per conseguire i loro obiettivi.
Secondo Weiss queste capacità adattive sono ostacolate da un insieme di credenze patogene consce ma perlopiù inconsce, che porterebbero ad associare il raggiungimento di obiettivi sani e piacevoli a condizioni di pericolo, delle vere e proprie minacce per se stessi e per le persone care.
Queste credenze si svilupperebbero nel contesto dello sviluppo a partire dalla prima infanzia e nel rapporto con le più importanti figure di riferimento. Sono credenze che permetterebbero di garantire il rapporto con i propri caregiver e al tempo stesso consentirebbero un migliore adattamento a delle situazioni potenzialmente traumatiche.
Queste credenze però risultano non più evolutive ma disfunzionali all’interno della realtà futura, quando il soggetto si è sviluppato ed è entrato a contatto con una realtà che non è più quella familiare ma è una realtà molto più ampia e ricca, costituita da datori di lavoro e da relazioni affettive di varia natura.
Sarà compito del terapeuta far sentire sicuro il paziente, aiutandolo ad individuare gli obiettivi per lui sani ed adattivi e a mettere in discussione attraverso diverse tecniche psicoterapiche le credenze patogene che non gli consentirebbero di giungere ad una libera creazione di un proprio piano evolutivo per affrontare le situazioni della vita reale o gestire al meglio emozioni disfunzionali che nascono da un contesto traumatico e disarmonico.